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lunedì 2 novembre 2026 · Caroline Georganidis

Come fare una buona prima impressione: l'inchino piace in Giappone, non negli Stati Uniti

Due giovani professionisti seduti a un tavolo bianco si stringono la mano sorridendo, uno in camicia grigia e cravatta, l'altro in giacca scura e cravatta arancione

Come fare una buona prima impressione dipende anche da dove ci si trova. Lo mostra uno studio pubblicato il 7 agosto 2026 su Japanese Psychological Research da Takayuki Osugi, della Yamagata University, e Jun I. Kawahara, della Hokkaido University: lo stesso gesto di saluto, l'inchino, rende una persona più attraente agli occhi di chi è cresciuto in Giappone, mentre lascia quasi indifferente chi vive negli Stati Uniti.

Il punto di partenza è concreto. In Giappone l'inchino è il saluto di ogni giorno e, come ricordano gli stessi autori in un lavoro precedente, si insegna a scuola e nella formazione dei neoassunti, proprio perché si ritiene che pesi molto sulla prima impressione. Con l'aumento dei visitatori stranieri nel Paese, però, l'inchino si scambia sempre più spesso tra persone di aspetto diverso. Da qui la domanda: l'effetto vale per tutti, e vale per chiunque guardi?

Che cosa avevano già scoperto i ricercatori

Il cosiddetto effetto inchino non nasce oggi. È un filone di ricerca che gli stessi due autori seguono da oltre dieci anni, con figure umane tridimensionali generate al computer: avatar identici in tutto, tranne che per il movimento.

Le tappe principali, secondo le pubblicazioni:

  • 2015: su Attention, Perception & Psychophysics esce il lavoro «Effects of bowing on perception of attractiveness», che studia come l'inchino cambi il giudizio sull'aspetto;
  • 2024: sul Japanese Journal of Psychology (volume 95) una replica condotta online, anche con lavoratori reclutati su piattaforme di crowdsourcing, conferma che i modelli che si inchinano risultano più attraenti di quelli fermi in piedi, e che conta anche il tempo passato nella posizione inclinata;
  • 2026: il nuovo studio estende la prova a quattro tipi di aspetto (est-asiatico, europeo, sud-asiatico e africano) e a due popolazioni di osservatori, giapponesi e statunitensi, in quattro esperimenti.

Il metodo è semplice da descrivere: si mostrano brevi animazioni dello stesso avatar che resta fermo oppure si inchina, e si chiede a chi guarda di valutarne l'attrattività. Ogni differenza nel voto si può attribuire al gesto, perché il volto non cambia.

Il risultato: il gesto piace a chi lo conosce

Nei primi due esperimenti i partecipanti giapponesi hanno percepito l'effetto inchino qualunque fosse l'aspetto del modello: europeo, africano o sud-asiatico, il personaggio che si inchinava risultava più attraente di quello immobile. I partecipanti statunitensi, davanti agli stessi video, hanno mostrato un effetto minimo o nullo, per tutti i tipi di modello.

Gli esperimenti successivi hanno escluso la spiegazione più ovvia, cioè che gli americani guardassero con meno attenzione. I ricercatori hanno variato in modo indipendente l'attrattività fisica dei volti: entrambi i gruppi hanno distinto allo stesso modo i volti più attraenti da quelli meno attraenti. La differenza riguardava solo la risposta al movimento.

La conclusione degli autori è prudente: i gesti di inchino vengono interpretati in modo coerente all'interno di ciascuna popolazione culturale, indipendentemente dall'aspetto di chi li compie. In altre parole, conta meno chi si inchina e molto di più chi guarda.

Che cosa dice, e che cosa non dice, lo studio

Vale la pena tenere separati i dati dall'interpretazione. Lo studio misura una cosa sola: il voto di attrattività dato a un avatar digitale, in un esperimento online. Non misura la fiducia, la competenza percepita o il successo di una trattativa, e un avatar non ha voce, sguardo spontaneo né le mille sfumature di un incontro dal vivo.

Detto questo, il risultato suggerisce un principio utile a chiunque si presenti a qualcuno per la prima volta: un gesto non ha un valore in sé, acquista significato dentro un codice condiviso. Lo stesso movimento che in un contesto aggiunge eleganza e rispetto, in un altro passa inosservato o, nel peggiore dei casi, crea imbarazzo.

Come fare una buona prima impressione con il linguaggio del corpo

Per chi lavora con clienti, partner o colleghi di altri Paesi, lo studio segnala che il saluto è già comunicazione, prima ancora delle parole. Alcune attenzioni pratiche ne discendono in modo naturale:

  • informarsi sul saluto abituale della persona che si incontra, invece di dare per scontato il proprio;
  • osservare il primo gesto dell'altro e accordarsi a quello, con misura e senza imitare in modo caricaturale;
  • curare la postura nei primi secondi, perché il corpo parla mentre ci si avvicina, non solo quando si arriva;
  • dare tempo al gesto: la ricerca sull'inchino indica che anche la durata del movimento conta nel giudizio di chi osserva.

Nessuna di queste regole sostituisce l'autenticità. Un saluto adattato al contesto funziona quando resta coerente con il resto della persona: lo sguardo, il tono di voce, il modo di stare nello spazio.

Il saluto come primo messaggio

In Italia, negli incontri di lavoro, il saluto abituale è la stretta di mano, ma le riunioni sono sempre più internazionali, in presenza e in video. Sapere che il valore di un gesto dipende dallo sguardo di chi lo riceve aiuta a prepararsi meglio, senza irrigidirsi e senza improvvisare.

Il corso Com-On di CG Imagine lavora proprio su questo linguaggio nascosto: gesti, espressioni, postura e tono di voce, per scegliere consapevolmente come salutare, presentarsi e farsi ricordare. Come l'inchino dello studio, anche il tuo primo gesto racconta qualcosa: conviene che dica ciò che vuoi tu, a chi hai davanti.

Fonti

Foto di Sebastian Herrmann su Unsplash

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