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giovedì 15 ottobre 2026 · Caroline Georganidis

Perché si fa ghosting: chi smette di rispondere sta peggio di quanto pensi

Donna accanto a una finestra che guarda lo smartphone, il volto in ombra

Perché si fa ghosting, e come si sente chi smette di rispondere? Una ricerca della Haas School of Business dell'Università della California a Berkeley e della Judge Business School dell'Università di Cambridge ha guardato il fenomeno dalla parte meno studiata: non chi viene ignorato, ma chi ignora. Il risultato, pubblicato sulla rivista Personality and Social Psychology Bulletin, è che chi viene lasciato senza risposta sottovaluta quanto stia male l'altra persona.

Lo studio in sintesi

Le autrici, Sophia Li, Coral Zheng e Juliana Schroeder, definiscono il ghosting come il momento in cui una persona smette all'improvviso di rispondere a un'altra, senza spiegazioni. Lo hanno osservato in tre modi diversi:

  • 195 partecipanti hanno ricordato un'esperienza reale di ghosting, fatta o subita;
  • 601 partecipanti hanno immaginato una conversazione interrotta, nei panni di chi tace o di chi aspetta;
  • 350 partecipanti hanno vissuto un'interazione dal vivo in cui il ghosting veniva indotto durante l'esperimento;
  • in tutti e tre i casi il confronto riguarda come si sente chi tace e come lo immagina chi resta in attesa.

La conclusione comune è netta nella direzione, anche se non misura un'intensità assoluta: chi viene ignorato tende a credere che l'altro stia bene, mentre chi ha smesso di rispondere riferisce di sentirsi peggio di quanto venga immaginato.

Perché si fa ghosting: spesso non è una scelta fredda

L'immagine diffusa di chi sparisce è quella di una persona indifferente. Lo studio suggerisce un quadro diverso. Secondo le autrici, lo scarto tra ciò che si prova e ciò che l'altro immagina è più ampio quando il ghosting non è intenzionale: un messaggio rimasto in sospeso, una settimana piena, una risposta rimandata finché diventa imbarazzante darla.

Vale la pena tenerlo presente perché cambia la lettura del silenzio. Non sempre chi tace ha deciso di chiudere: a volte non ha trovato il momento, o le parole, e il disagio cresce proprio mentre il tempo passa.

Il silenzio è un messaggio, anche quando non lo vogliamo

Nella comunicazione non verbale si dice che è impossibile non comunicare. Il silenzio rientra in questa regola: chi aspetta una risposta lo interpreta, e di solito lo interpreta nel modo meno favorevole. Pensa di aver detto qualcosa di sbagliato, di essere stato giudicato, di non essere importante.

Lo studio aggiunge un elemento: l'interpretazione di chi aspetta riguarda anche lo stato d'animo dell'altro, e tende a sbagliare. Il silenzio viene letto come distacco, mentre per chi tace è spesso fatica o senso di colpa. Due persone vivono lo stesso vuoto in modo opposto, e nessuna delle due lo sa.

Una risposta breve cambia la percezione

Il dato più pratico riguarda le alternative al silenzio. Secondo la ricerca, lo scarto si riduce quando chi comunica non percepisce il proprio comportamento come ghosting oppure quando, invece di sparire, manda una risposta breve, del tipo «scusa, ora non riesco a parlare».

È un'indicazione semplice e preziosa anche fuori dalla vita privata. Nel lavoro il ghosting ha molte forme:

  • la candidatura o il colloquio a cui non segue nessun riscontro;
  • il preventivo inviato a un cliente che non risponde più;
  • l'email di un collega lasciata senza seguito;
  • il messaggio di un collaboratore a cui si risponderà «appena possibile».

In ciascuno di questi casi poche parole chiare costano meno del silenzio, sia a chi le riceve sia a chi le scrive.

Che cosa dice di noi il modo in cui chiudiamo una conversazione

Lo studio va letto con alcuni limiti: misura sensazioni riferite dalle persone, su scale numeriche, e una parte degli scenari è immaginata. Non dice quanto sia diffuso il ghosting, né se valga allo stesso modo in ogni contesto. Segnala però una cosa utile: la distanza tra come ci sentiamo e come gli altri ci percepiscono.

Per chi cura la propria immagine professionale è un tema centrale. Il modo in cui si chiude una conversazione, anche con un no o con un rinvio, resta nella memoria dell'altro quanto il modo in cui la si apre. Una risposta breve, un tono gentile, un tempo dichiarato («ti rispondo entro venerdì») comunicano rispetto e affidabilità, senza bisogno di spiegazioni lunghe.

Dare forma anche ai silenzi

Sapere perché si fa ghosting non serve a giustificarlo, ma a sostituirlo con qualcosa di meglio. La ricerca di Berkeley e Cambridge mostra che chi smette di rispondere spesso sta peggio di quanto si creda, e che una frase breve basta a ridurre il malinteso da entrambe le parti.

Nel percorso Com-On di CG Imagine si lavora proprio su questo: tono, tempi e segnali non verbali, compresi i silenzi, per far coincidere ciò che si prova con ciò che gli altri percepiscono, anche quando la risposta è soltanto «ora non posso, ti scrivo domani».

Foto di Charis Gegelman su Unsplash

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